martedì 13 novembre 2012

DJOKOVIC E' IL NUOVO MAESTRO DEL TENNIS MONDIALE

Il serbo si impone con il punteggio di 7-6 7-5 su Roger Federer e si aggiudica il Master di fine anno.

Londra 12/11/2012 – Una finale spettacolare. Non ci sono altre parole per definire la finale del Master  World tour finals giocata ieri sera nel magnifico impianto dell’ O2 arena. E i protagonisti di un tale spettacolo non potevano non essere loro due: Novak Djokovic, il numero uno della classifica mondiale, e Roger Federer, l’intramontabile numero due della classifica Atp. I due maestri del tennis hanno dato vita  a una sfida mozzafiato, a uno scontro epico che di sicuro rimarrà negli annali del tennis mondiale.
PRIMO SET : Federer parte subito forte strappando  il servizio al suo avversario e portandosi  nel giro di pochi minuti sul punteggio di tre games a zero. Il campione svizzero cerca di dare subito una svolta alla partita facendo perno su una ottima prima di servizio e sul suo diritto micidiale. Il ritmo iniziale imposto dal numero due del mondo sembrava aver messo alle corde il campione serbo. Ma proprio quando tutto sembrava perduto, Djokovic trova la forza per reagire. Il numero uno del mondo, dopo essersi liberato dal torpore iniziale, incomincia a rispondere colpo su colpo. E dopo venti minuti di autentica battaglia, al quinto game riesce a strappare il servizio all’avversario e a riportarsi in parità sul tre a tre. Ma Federer non ci sta. E dopo aver vacillato per tre game sotto il tiro incrociato del serbo reagisce e si riporta avanti cinque a quattro. Al decimo game,  e sul suo turno di battuta, il campione svizzero ha la possibilità di chiudere il primo set, ma Djokovic ritrova ancora una volta la sua spietata determinazione e  ricomincia a macinare punti da fondocampo. Alla fine il campione serbo riesce a strappare il servizio all’avversario e a portarsi sul  sei pari. Si va al tiebreak. Federer deve ricominciare di nuovo tutto daccapo. Ma stavolta a portarsi  avanti è Djokovic, mentre Federer è costretto a  inseguire il suo avversario fino al colpo del cinque a cinque, momento in cui il campione   svizzero fa rimanere di stucco il suo sfidante realizzando un passante di diritto mentre era  spalle alla rete.  Djokovic rimane esterrefatto sotto rete a pensare al colpo appena messo a segno del suo avversario. Mai nella storia del tennis  si era vista una cosa simile. Ma al campione serbo bastano pochi secondi per riprendersi dallo shock. E una volta tornato a fondo campo riprende a martellare il suo avversario chiudendo il tiebreak sull’ otto a sei  e aggiudicandosi il primo set. 
                                                                                                                       
SECONDO SET: Federer riprende alla grande, mettendo sin da subito in campo il suo tennis migliore. Come nel primo set, riesce strappare subito il turno di battuta al suo avversario e a portarsi sul tre a uno. Djokovic, invece, da parte sua, appare nervoso e un po’ stanco. Sembra aver pagato oltremodo lo sforzo sostenuto nel primo set. Ma  chi conosce il serbo sa benissimo che con lui non è mai detta l’ultima parola. Djokovic è un osso duro, uno di quei tennisti che ha fatto della tenacia e della calma determinazione i suoi punti di forza. E così, come successo nel primo set, il campione serbo ricomincia  a macinare punti su punti da fondocampo. E alla fine la svolta arriva al decimo game quando il punteggio era sul cinque a quattro in favore dello svizzero. Djokovic riesce a rispondere da fondocampo a tutti gli attacchi dello svizzero; quasi come se fosse un muro di gomma capace di rispedire al mittente qualsiasi colpo. Gli scambi diventano lunghi ed estenuanti: soprattutto per il trentunenne svizzero. E alla fine il campione elvetico  è il primo  a risentire della fatica. A causa di un paio di errori gratuiti lo svizzero spreca due set point sul 40-15 e cede il game al serbo.  Siamo sul cinque pari. Lo svizzero è alle corde: non ha più la lucidità necessaria per imporre il suo gioco. Il venticinquenne serbo, invece, riesce a correre su e giù per il campo come un forsennato e a recuperare palla dopo palla tutti gli attacchi del suo avversario. Gli scambi sono sempre più lunghi e gli errori del campione svizzero sempre più frequenti. Federer non ce la fa più. E al dodicesimo game, quando il punteggio era sul sei a cinque per il serbo, Djokovic chiude la partita in due ore  e 15 minuti infilando lo svizzero con un passante di rovescio.
Alla fine ha vinto il migliore, il prototipo del giocatore moderno. Un super atleta capace di mantenere sempre alta l’intensità dello scambio a dispetto della fatica. Djokovic è diventato ormai il dominatore del tennis mondiale, un vero  e proprio cannibale capace di vincere su tutti i campi. E se nemmeno la classe di Roger Federer ha potuto nulla contro il nuovo re della classifica Atp, allora non resta altro da fare che aspettare il ritorno in campo di un altro mostro sacro del tennis mondiale: Rafa Nadal.

venerdì 9 novembre 2012

LA GENERAZIONE DEI DANNATI

« Ormai le offese mosse alla mia generazione non si contano più. E l’ultima uscita del ministro Fornero, a pensarci bene, non è stata poi così pesante: ne ho sentite di peggiori» ha detto Francesco, un giovane di 26 anni e con in tasca una laurea in Scienze politiche con indirizzo internazionale. Francesco si è laureato circa due anni fa presso la Federico II di Napoli con ottimi voti, ma da quando ha conseguito la laurea non è ancora riuscito a trovare un lavoro decente. « Durante gli studi – ha proseguito il ventiseienne -   ho lavorato come cameriere. E anche se la paga era da fame  e in nero non mi sono mai lamentato: dopotutto ero ancora uno studente. Ma adesso, anche se continuo a fare il cameriere e a spezzarmi la schiena per pochi spiccioli, non posso più accettare  l’idea di rimanere in queste condizioni. Ho voglia di guardarmi in torno, di  trovare un lavoro migliore: un lavoro che mi riservi per lo meno un trattamento dignitoso».  Si perché, il punto della questione è tutto lì, in questa parolina che ormai nessuno vuole più pronunciare. Dignità. Ma quando si parla di dignità i ragazzi non pensano certo alla poltrona di Marchionne e né tantomeno a quella del ministro degli Esteri. Quella generazione   di ragazzi colpevole di essere nata tra la seconda metà degli anni settanta e la prima metà degli anni ottanta forse sarà anche una generazione  di piccoli sognatori, ma di certo non è una generazione di stupidi. La maggior parte di questi  “bamboccioni”  sa benissimo che i loro sogni rimarranno per sempre chiusi in un cassetto. Sono consapevoli, ma soprattutto pronti ad accettare qualsiasi lavoro gli venga proposto. A patto, però, che nessuno osi calpestare la loro dignità. « La cosa che mi fa più male non sono le offese. Ci hanno chiamato in tutti i modi:  mantenuti, mammoni, choosy. Addirittura a qualcuno una volta gli è venuto in mente di farmi notare che quelli come me “ non sanno inventarsi il mestiere”» ha detto Claudio, un ragazzo di 29 anni e con una laurea in Sociologia dimenticata chissà dove.  « La cosa che più mi brucia - ha rimarcato il ventinovenne inviperito- è che a farmi sentire un derelitto sono quelli che per più di quarant’anni si sono ingozzati come dei maiali senza mai chiedersi se tutto quel benessere potevano permetterselo. Quelli che appartengono alla  stessa generazione di cui fanno parte anche i miei genitori e che è vissuta nel pieno del boom economico; la stessa generazione che ha lasciato a me e ai miei coetanei una situazione insostenibile fatta di corruzione, disoccupazione ed enormi buchi di bilancio da ripagare. Mi sarebbe tanto piaciuto trovarmi al loro posto, in quegli anni contraddistinti dal benessere e dello sviluppo economico dove bastava avere “ la voglia”  per meritarsi un contratto di lavoro dignitoso. Oggi, invece, durante i colloqui di lavoro i dirigenti stipendiati dalle piccole e grandi realtà imprenditoriali del paese  offrono ai candidati in cerca di lavoro la prospettiva  di  aprirsi una partita iva per lavorare come “imprenditore di te stesso” presso la ditta di qualcun’ altro. Mi sarebbe davvero piaciuto vedere i miei detrattori  versare nelle mie stesse condizioni e con lo stesso rapporto di lavoro, presentare la richiesta di un mutuo a uno sportello bancario. Dubito fortemente che sarebbero riusciti a costruirsi un avvenire». E anche  Claudio, come del resto quasi tutti i suoi coetanei  che vivono nella provincia di Napoli, è  «costretto» a vivere ancora con i suoi genitori. E non certo perché è uno scansafatiche. Claudio è uno dei tanti che avrebbe voluto abbandonare il nido familiare subito dopo la laurea, a 25 anni. Ma gli sono bastati pochi mesi dal conseguimento del titolo per capire che avrebbe dovuto mettere da parte le  ambizioni personali e accontentarsi di un lavoro qualsiasi. Già durante gli ultimi anni di università, infatti, il giovane laureando partenopeo di belle speranze, pur venendo da una famiglia appartenente al ceto medio che non gli ha mai fatto mancare nulla, ha incominciato a lavorare per  una piccola società di vigilanza che offre ai suoi dipendenti l’opportunità ( si fa per dire) di lavorare su tre turni per la modica cifra di cinque euro lordi l’ora. E poco importa se il turno cadeva la  notte di Natale o di Capodanno. La paga era sempre la stessa: cinque miseri euro … e per di più lordi. Il che, per dirla in  soldoni e far afferrare il concetto a ministri, sottosegretari e vecchi brontoloni di turno che non hanno la percezione della realtà, significa portare a casa non più di cinquecento euro alla fine di un  mese  fatto di duecento ore di lavoro, di turni estenuanti e di  rischi ovviamente non coperti da  assicurazione. E tutto questo, non certo per portare a casa una paga da onesto lavoratore, ma solo per  «far tacere la mia coscienza di figlio devoto e responsabile che vuole a tutti i costi evitare l’onta di passare per mantenuto» ha ribadito uno sconfortato Claudio  mentre cercava  a fatica di trattenere le lacrime. E basta andare un po’ più in là con l’età  per trovare storie di vita ancora più piene  di rabbia e sconforto. Storie come quella di Davide, un giovane partenopeo di 34 anni che, dopo aver fatto tanti sacrifici,  messo spalle al muro dalla crisi, decide di rimettersi subito in gioco dopo il conseguimento della laurea. « Nel 2009, anno in cui ho conseguito la laurea in Scienze politiche, ho pensato di mollare tutto per qualche mese  e andare in Inghilterra allo scopo di migliorare il mio inglese ed  avere maggiori possibilità di trovare un lavoro decente al mio ritorno in patria» ha affermato il trentaquattrenne. Così, Davide lascia per tre mesi il suo  lavoro di portiere presso una fabbrica di abiti di Arzano di Napoli ( anche questo mal pagato e con partita iva) per  andare a studiare  l’inglese  a Brighton, una piccola città del Sussex. E l’esperienza all’estero è piaciuta così tanto al giovane volenteroso che al suo ritorno in patria, non riuscendo a trovare un lavoro migliore, decide di ritornare a svolgere il suo vecchio lavoro, ma senza abbandonare l’idea di migliorare il suo inglese. Davide  ricomincia così a studiare. E dopo dieci mesi fatti di ore di studio durante i turni di notte, il giovane napoletano consegue un altro titolo presso un’importante istituto inglese sito a Napoli. Tuttavia, per uno strano scherzo del destino, le soddisfazioni di Davide sono destinate a finire tutte le volte che termina un percorso scolastico. Le cose stavano di nuovo per cambiare:  e anche questa volta in peggio. La fabbrica presso la quale Davide stava svolgendo il  suo  lavoro pidocchioso stava per fallire a causa della crisi. Da quel momento in poi Davide ha iniziato a pensare a cos’altro poteva fare per scampare a un destino infame. E a un anno dal suo ritorno in Italia decide di ripartire alla volta di Roma per frequentare un master in giornalismo internazionale. « Allora tutti dicevano che la cosa migliore da fare  era quella di migliorare il proprio profilo personale mentre tutto era fermo. Così facendo (  secondo gli  esperti) sarebbe stato più facile trovare lavoro una volta finita la crisi» ha spiegato Davide.   Ma le cose andarono in modo diverso. La crisi iniziata nel 2008 in America e che secondo le prime stime degli economisti sarebbe dovuta terminare nel 2011, ha continuato a mordere le economie europee fino ai giorni nostri. E oggi c’è anche chi dice che una vera e propria ripresa economica ci sarà solo nel 2015 ( quando Davide avrà 37 anni). E tutto ciò il nostro amico ultratrentenne lo ha potuto sperimentare sulla propria pelle quando, subito dopo la fine del master, ha iniziato a mandare curriculum e a ricevere le prime risposte. « Le offerte di lavoro che mi arrivavano erano allucinanti. Alcune testate mi hanno offerto cinquanta centesimi ad articolo, altre un euro; altri invece una collaborazione che aveva come premio finale l’iscrizione all’Albo dei pubblicisti. E siccome non c’è mai fine al peggio, qualcuno si è anche permesso di avanzare delle proposte al limite della stupidità. Fu il caso di un giornale online, ilpallone.net , che dopo aver ritenuto un mio articolo di prova “soddisfacente”  arrivò a farmi la proposta più assurda che io abbia mai sentito: il direttore, di cui non ricordo il nome, arrivò a mandarmi via mail un’offerta in cui c’era scritto che avrei potuto lavorare per il suo giornale online solo nel momento in cui gli avessi trovato uno sponsor. Una volta fatto ciò, avrei potuto iniziare a scrivere per il suo giornale sportivo percependo il trenta percento dei finanziamenti  che lo sponsor avrebbe versato mensilmente alla sua testata». Naturalmente, dopo quella esperienza, Davide ha preferito lasciar perdere il giornalismo e  le previsioni degli esperti  per ritornare a guardarsi  intorno. E l’obiettivo era sempre lo stesso: trovare un lavoro «semplicemente » dignitoso. Così Davide riprende a inviare curriculum, a fare colloqui e, dulcis in fundo,  a presentarsi nei patronati in cerca di uno straccio di lavoro: non lo avesse mai fatto. Non che sia un reato presentarsi in uno dei tanti patronati presenti sul territorio nazionale: ci mancherebbe altro. Ma, a sentire Davide, forse, quella del patronato è stata la sua esperienza peggiore. « Quando sono arrivato nel patronato  per consegnare la domanda di  aspirante alla carica di “personale non docente”  da inserire nelle scuole, oltre ad aver assistito a una ressa tra disperati che cercavano consigli a destra e a  manca per  guadagnare qualche punto in più in graduatoria, ho capito una cosa sbalorditiva: in questo paese, chi si impegna allo scopo di migliorarsi è un coglione». Davide, ovviamente, si era presentato in quell’ufficio con la sua cartellina piena di speranze. Pensava che i titoli sistemati in quella cartellina avrebbero potuto dargli  maggiori possibilità rispetto agli altri concorrenti di ricoprire il ruolo di bidello o di impiegato. Ma le speranze di Davide erano destinate a infrangersi anche stavolta. « Quando ho consegnato la cartellina all’addetto alla compilazione dei moduli – ha continuato Davide -  questo ha iniziato a scartare tutti i documenti come si fa con la carta straccia in cerca del diploma delle scuole medie. E quando gli ho fatto notare che tra quelle scartoffie  c’era anche la fotocopia della mia laurea in Scienze politiche conseguita a pieni voti, il dipendente del sindacato  gli ha dato un’occhiata e poi ha segnato sul modulo altri due miseri punticini. Il resto dei titoli, i certificati di lingua e  il master  non li ha nemmeno presi in considerazione. Agli impiegati non interessava sapere quanto avessi studiato o quanto mi fossi impegnato. A loro premeva solo sapere se avevo conseguito un qualsivoglia diploma e se nel frattempo avevo messo su famiglia: in parole povere, ai sindacati e agli enti dello stato interessava solo sapere se ero abbastanza mediocre da meritare quel posto di lavoro».  Dopo aver preso l’ennesima batosta, a Davide non è rimasto altro da fare che tornare mestamente nel  luogo da cui era partito: a casa di sua madre. « Attualmente – ha ribadito un furente Davide – la famiglia è l’unico ammortizzatore sociale che riesce a salvare migliaia di giovani dalla fame più nera, ma non dalla vergogna.  E quando parlo di vergogna mi riferisco a quello  che si prova quando ci si rende conto che a più di trent’anni non si ha quasi nessuna possibilità di poter seguire quello stesso istinto naturale che circa quarant’anni fa ha portato intere generazioni a staccarsi dal nido per costruirsi un avvenire contando sulle proprie forze  e sul proprio “ onesto lavoro” di tutti i giorni. Alla generazione di dannati a cui appartengo, alle volte, sembrano essere rimaste solo due scelte. La prima è quella di lavorare per l’unico datore di lavoro che in questo momento ha soldi da spendere: la criminalità organizzata. Le mafie, oltre ad avere soldi a  sufficienza per finanziare tutte le grandi opere di questo paese, possono assicurare a un affiliato uno stipendio sicuro e una prospettiva di carriera: proprio come facevano un tempo le aziende italiane. E se poi a ciò si unisce l’odio che ormai milioni di giovani nutrono nei confronti della politica e del proprio paese, non è difficile intuire che, anche per chi viene da quartieri tutt’altro che malfamati, la via verso  le tentazioni criminali potrebbe diventare più allettante che in passato. In questo momento non è facile quantificare quanti giovani credono ancora nello Stato e nelle istituzioni, ma c’è da scommettere che una grossa fetta dell’elettorato giovanile diserterà le urne perché in collera con la classe dirigente che ha guidato il paese negli ultimi venti anni e che, nonostante i fallimenti, è pronta a ripresentarsi alle prossime elezioni».  Ma  a far impallidire non è certo la prima scelta di cui stava parlando poc’anzi Davide, bensì la seconda. « Tuttavia –  ha continuato il trentaquattrenne – per gente come me che viene da delle famiglie oneste e rispettabili, accettare dei compromessi e scendere a patti con la malavita è impossibile. Amiamo troppo i nostri valori per abbassarci a tanto. Allora, stando così le cose, non sono pochi i giovani padri di famiglia e i disoccupati ultratrentenni che decidono di salvare la loro dignità di esseri umani seguendo gli esempi che i grandi condottieri del passato hanno lasciato ai posteri. Circa tremila anni fa, coloro i quali hanno dato vita alla nostra civiltà preferivano darsi la morte piuttosto che accettare un destino fatto di schiavitù e di umiliazioni. E oggi, ve lo posso assicurare, sono tanti, troppi, quelli che si trovano nella mia stessa situazione e che hanno iniziato a rivalutare quell’antica pratica. Se non altro, come ho sentito dire da qualcuno, e un modo per  “ salvare la propria dignità di uomo ed evitare il peso di una situazione insostenibile”». Tuttavia, Davide ha tenuto a precisare che lui non è tra questi e che proverà a farsi forza e  a  cercare sempre nuove soluzioni perché « a darla vinta a questo mondo infame» non ci pensa nemmeno. Ma d’altra parte, il fiero lottatore dei nostri giorni ha anche tenuto a precisare che « nessuno può permettersi il lusso di scaricare e né tantomeno di sbeffeggiare una generazione di dannati a cui è stato consegnato un mondo peggiore di quello in cui hanno vissuto i propri genitori. Dopotutto, oggi siamo gli unici a sapere cosa significa provare  vergogna, gli altri,quelli che negli ultimi vent’anni hanno fatto di tutto per far finire la mia generazione in fondo a un cesso si permettono il lusso di andare ancora in giro a  testa alta».

lunedì 5 novembre 2012

OTTAVIANO: QUANDO UN COMUNE VIENE ABBANDONATO


La sequenza di immagini mostra in che stato la giunta (dimissionaria) Iervolino ha lasciato il paese

mercoledì 10 ottobre 2012

Greci in piazza contro la Merkel

Atene 09/10/2012 – Ci sono voluti più di seimila poliziotti in assetto antisommossa per tenere una  folla di manifestanti  inferociti lontani dalla Cancelliera tedesca. Al suo arrivo all’aeroporto di Atene, la Merkel ha ricevuto  un’accoglienza  tutt’altro che calorosa. L’aeroporto era semideserto. Il Premier greco, Antonios Samaras, si è limitato  a rispettare il protocollo: ha stretto la mano della Cancelliera appena scesa dall’ aereo, l’ha accompagnata davanti al picchetto d’onore e, una volta finita l’esecuzione dei rispettivi inni nazionali, i due capi di stato hanno lasciato l’aeroporto  per raggiungere la sede del Governo ellenico. Nel frattempo, il calore, quello vero e per nulla formale, si era già riversato per le strade della capitale. Alcuni manifestanti hanno inscenato un’irrispettosa marcia nazista, altri invece hanno più semplicemente sfilato con striscioni pieni di slogan anti Merkel. E in un contesto simile, di certo, non potevano mancare  gli scontri. Frange di estremisti  hanno tentato di valicare i cordoni di sicurezza  davanti piazza Sintagma lanciando sassi e bastoni all’indirizzo delle forze di polizia. Le forze dell’orine hanno però prontamente sedato la rivolta con il lancio di lacrimogeni e provvedendo all’arresto di decine di manifestanti. Dal canto suo, la lady di ferro tedesca ha cercato di stemperare gli animi precisando  che la sua visita  era stata concordata col suo entourage al solo scopo di manifestare «l’appoggio e la vicinanza del governo tedesco» al Permier Samaras e al popolo greco per i sacrifici sostenuti negli ultimi mesi. La Cancelliera ha inoltre ribadito che « la presenza della Grecia nell’Euro non è mai stata in discussione». Ma c’è chi è pronto a giurare che dietro la visita lampo della Cancelliera ci sia stato dell’altro. Secondo Alex White,analista politico della J.P. Morgan, la visita del Capo del Governo tedesco «è servita soprattutto a chiarire la posizione della Cancelliera nei confronti della Grecia». «Attualmente – ha spiegato l’analista- la Merkel ha bisogno di mostrare una certa comprensione nei confronti dei greci in vista delle prossime elezioni politiche in Germania». Tra un anno circa, infatti, parteciperanno alle elezioni   tedesche anche i trecentomila greci ( di prima  e seconda generazione) che si sono stabiliti in Germania all’indomani della Seconda Guerra mondiale. E c’è da scommettere che i partiti di opposizione teutonici, Socialdemocratici in testa,  siano già pronti a fare il pieno dei voti tra i filo ellenici di Germania che, anche se pochi, in caso di testa a testa  potranno pur sempre tornare utili.

martedì 9 ottobre 2012

Chavez vince ancora, ma non stravince

Caracas(Venezuela) 08/10/2012 - E pensare che fino a qualche mese fa tutti lo davano per spacciato. Invece, nonostante la malattia il presidente venezuelano, Hugo Chavez, l’ha spuntata ancora una volta. La sua quarta  vittoria consecutiva alle elezioni  presidenziali è stata  netta, ma non plebiscitaria. Il leader socialista ha battuto al ballottaggio il giovane candidato del partito di opposizione Primero Justicia, Henrique Capriles, distanziandolo di quasi dieci punti( 54,42 a 44,92 percento). Il cancro e le chemioterapie non hanno impedito al presidente uscente di buttarsi a  capofitto nelle elezioni presidenziali. Anche se visibilmente gonfio e affaticato, il leader socialista è riuscito a infiammare i suoi sostenitori e a convincerli a dargli un quarto mandato. Ieri sera, dal balcone del palazzo Presidenziale, il vecchio leone nella sua immancabile camicia rossa  ha dato a molti l’impressione di avere davanti una persona diversa: con un’ insolita luce  negli occhi. Forse il leader socialista, mentre salutava i suoi sostenitori accorsi  in piazza per festeggiare l’ennesima vittoria, sapeva di aver fatto qualcosa di incredibile; sapeva di essere riuscito a battere  in un sol colpo il cancro e il suo oppositore politico. In un clima simile non potevano mancare le dichiarazioni da smargiasso del leader socialista. « Oggi abbiamo dimostrato al mondo intero che la democrazia venezuelana è una delle migliori del mondo» ha detto  il presidente  dal balcone di palazzo Miraflores mentre sventolava una spada simile a quella dell’ eroe nazionale Simon Bolivar. Tuttavia, il leader  venezuelano avrà bisogno di ben altro per convincere l’occidente, Stati Uniti in testa, che il suo sia diventato un vero e proprio regime democratico. In fondo, e questo Chavez lo sa bene, è difficile presentarsi al mondo intero come un leader democratico quando sei destinato a regnare per venti anni e dici di appoggiare i peggiori regimi dittatoriali, da quello Iraniano a quello Nord Coreano passando per quello bielorusso di Lucashenko. Pur stando così le cose, non sono mancati gli attestati di stima da parte di alcuni capi di stato, soprattutto sudamericani. Per l’occasione, infatti, il Presidente argentino, Cristina Fernandez, ha pensato di congratularsi con il vincitore lasciando un messaggio su Twitter in cui c’era scritto « la tua vittoria è la nostra vittoria. E’ la vittoria di tutto il Sudamerica e delle Canarie!». Ma come tutti sanno, la sbornia elettorale dura poco: il tempo di una notte. Il bello di solito viene dopo, quando devi   incominciare a occuparti dei problemi del paese: e il Venezuela di problemi ne ha ancora tanti. Primo fra tutti l’inflazione. Un male subdolo che rischia di affamare milioni di persone. Per non parlare poi della criminalità. La lotta per il controllo del mercato della droga e le continue scorribande dei gruppi criminali hanno causato dagli inizi del 2011 a oggi più di 19 milioni di morti. Numeri impressionanti che hanno fatto perdere non pochi voti allo storico leader. Non è un caso, infatti, se Capriles stavolta è riuscito ad accaparrarsi una grossa fetta dell’elettorato. Per l’astro nascente della politica venezuelana arrivare al 45 percento e impedire al presidente uscente di ripetere l’exploit delle scorse elezioni è stata comunque una vittoria. « Spero che il movimento politico che governa questo paese da 14 anni abbia capito che quasi la metà delle persone non la pensa più come loro» ha detto il leader dell’opposizione davanti ai suoi sostenitori in lacrime per la disfatta elettorale. Ma Capriles ha anche altri motivi per sorridere. Il leader di Primero Justicia sa bene che, per quanto Chavez sia un osso duro, il cancro lo ha fortemente debilitato. Ma soprattutto sa che nel partito socialista attualmente non ci sono uomini capaci di prendere per mano il partito e di stravincere le elezioni nel caso in cui il vecchio leader dovesse essere messo fuori gioco dalla malattia. Tuttavia, quest’ultime rimangono delle semplici aspettative. Per adesso i corvi e i detrattori che avrebbero voluto vedere Hugo Chavez in fondo a una fossa dovranno aspettare altri sei anni… malattia permettendo.

venerdì 5 ottobre 2012

GIORNALISTI A CREDIBILITA' 0

Napoli 05/10/2012 – Credibilità. Ecco quale dovrebbe essere la prerogativa principale di un giornalista. E dico “dovrebbe” perché negli ultimi anni in Italia quelli che fanno parte della categoria non si sono fatti mancare proprio nulla. Infatti, se scartiamo alcuni, pochi e isolati esempi di vera rettitudine giornalistica, i casi di scarsa credibilità sono stati innumerevoli: abbiamo avuto un direttore del TG1 che ha difeso a spada tratta l’ex governo durante il telegiornale; abbiamo visto servizi alla Tv  in cui un magistrato veniva sbeffeggiato perché reo( secondo la testata del TG5) di aver condannato ingiustamente il loro padrone; abbiamo  letto di direttori di giornali che hanno calunniato i loro colleghi per ripagarli delle critiche mosse da questi ultimi all’operato dell’ex governo; abbiamo  appreso di direttori di giornali costretti a scappare all’estero perché ricercati dalla polizia italiana per vicende legate a losche storie fatte di dossieraggi e ricatti perpetrati ai danni di avversari politici, e tanto altro ancora. Insomma, ce ne sarebbe abbastanza da far credere agli utenti di giornali e Tv che la credibilità dei giornalisti sia ormai un lontano ricordo. Sembrano distanti anni luce i tempi in cui Montanelli, dalle colonne de Il Giornale , sosteneva che la classe politica di allora, quella degli anni di tangentopoli, “ puzzava di fogna”. Ma allora era diverso. I giornalisti avevano una loro dignità professionale. Una dignità che gli imponeva di rifiutare anche le offerte più allettanti: soprattutto quando queste gli venivano fatte da chi stava per diventare il reuccio del paese.  Emblematica e indimenticabile fu a tal proposito  la risposta  che Montanelli,  all’epoca direttore del quotidiano Il Giornale , di proprietà della famiglia Berlusconi,  diede al Cavaliere quando quest’ultimo gli chiese di mettersi al «suo servizio» perché lui stava per «scendere in politica». Era il 1993, allora Berlusconi si apprestava a diventare l’astro nascente della politica italiana: una sorta di semidio a cui non si poteva dire di no.  Ma il semidio in quell’occasione aveva fatto i conti senza l’oste. E la risposta dell’allora direttore fu ferma, sprezzante.«Non è che io non voglio mettermi al tuo servizio» rispose l’allora direttore de Il Giornale . «Io – concluse Montanelli – non voglio mettermi a servizio». Chiunque avrebbe voluto vedere la faccia del Cavaliere in quel momento.  Ma di giornalisti di tale spessore ormai se ne vedono sempre meno in Italia. Oggi la categoria è piena di servi e di vigliacchi pronti a tutto pur di sedersi sulle poltrone che contano: anche a mettere in discussione la loro credibilità.  E questo è un po’ quello che è successo anche di recente all’attuale direttore de Il Giornale , Alessandro Sallusti. Un numero inimmaginabile di giornalisti hanno gridato( giustamente) allo scandalo, quando hanno appreso che per responsabilità oggettiva il “povero” direttore de Il Giornale avrebbe dovuto scontare una pena di  14 mesi di reclusione per un articolo ingiurioso sul conto di una tredicenne convinta ad abortire dalla madre e scritto da un certo Dreyfus  sul giornale Libero quando Sallusti ne era il direttore.  Quasi tutti hanno criticato il codice penale e le sue norme, ma solo in pochi hanno avuto la correttezza di ricordare che scrivere notizie false e calunniose su un giornale, oltre a essere un reato, è un comportamento da vile e non da giornalista serio. E se poi a ciò si aggiunge che sotto lo pseudonimo di Dreyfus si nascondeva un certo Renato Farina, ex giornalista cacciato dall’Ordine per essersi venduto ai servizi segreti deviati, allora non ci vuole un esperto di media per capire che anche la condotta dell’allora direttore di Libero fu tutt’altro che esemplare. Ma questo importa evidentemente a pochi e irriducibili rappresentanti del giornalismo di una volta. In fondo, in una categoria di iene come quella dei giornalisti, a chi può mai importare del fatto che in una democrazia liberale, in cui la stampa è per antonomasia un organo di controllo del potere, un giornalista si faccia pagare dai servizi segreti allo scopo di raccogliere informazioni e screditare l’avversario politico di turno dalle colonne di uno dei più importanti giornali del paese. E se poi le notizie pubblicate da quest’ultimo dovessero risultare false, allora pazienza.  Tanto, gli si può sempre prospettare la possibilità di scrivere fiumi di fandonie calunniose sotto pseudonimo. Proprio come hanno fatto Sallusti e Feltri con Farina, alla faccia della credibilità dei direttori di giornale.  

lunedì 17 settembre 2012

IO STO CON GOOGLE

Napoli 17/09/2012 - Come tutti sanno, il silenzio aiuta la riflessione. E adesso che le violenze in Medio Oriente sono terminate, quale momento migliore di questo per cercare di riordinare concettualmente la realtà e tirare fuori delle riflessioni che abbiano un po’ di logica? Dunque, partiamo dall’inizio. Tutto è cominciato l’11 settembre scorso, quando i nostri cari amici musulmani si sono accorti che un certo Sam Bacile, un immobiliarista americano di mezza età di fede ebraica, aveva scaricato su internet il suo “capolavoro”: un film sulla vita di Maometto costato a lui e ai suo finanziatori qualcosa come cinque milioni di dollari. Ora, non ce ne voglia il signor Bacile se ci permettiamo di dire che  in tempi di crisi  quei cinque milioni di dollari poteva anche risparmiarseli. Il suo film “Innocence of muslim”  è semplicemente ridicolo. Tuttavia, il film dell’immobiliarista americano non è stata l’unica cosa ridicola in tutta questa faccenda. Internet è pieno di imbacile che scaricano quotidianamente delle vere  e proprie porcate in rete. E tutti sono convinti di aver scritto o prodotto delle opere  meravigliose: che imbaciles ! Ridicolo, per esempio, è stato l’atteggiamento del presidente egiziano, Mohamed  Morsi, che dopo aver condannato le manifestazioni di violenza scoppiate nel suo paese ha poi aggiunto che la figura del profeta «è una linea rossa che nessuno deve valicare». Di fronte a un simile atteggiamento non si capisce se il presidente egiziano era a favore o contro le violenze nel suo paese. Ad ogni modo, una cosa è certa: se Morsi  ha pensato di intimorire qualcuno con le sue affermazioni da ultrà, allora anche lui merita un posto nella lista degli imbaciles. Tuttavia,la nomination al nobel per la ridicolaggine non spetta certo  al presidente egiziano. E nemmeno ai musulmani residenti in Europa che, manifestando oggi presso  l’ambasciata Usa di Londra allo scopo di ottenere le scuse del Governo americano, hanno di fatto protestato contro lo stesso diritto che in quel momento stava consentendo loro di manifestare liberamente. Peggio di loro, paradossalmente,  ha fatto l’amministrazione Obama quando ha chiesto  alla società di Google di cancellare il filmato da internet. Chi si fa portatore universale dei diritti fondamentali dell’uomo non può chiedere ai propri cittadini di rinunciare alla libertà d’espressione. E il fatto che Google abbia mandato a quel paese l’amministrazione americana è sicuramente l’unica nota positiva in un coro di voci e di proteste tanto ridicole quanto illiberali.  Chiarito ciò, resta solo un’ultima domanda :«può un imbacile qualunque scatenare una vera e propria rivolta in tutto il mondo musulmano?». A rigor di logica, la risposta dovrebbe essere:«no di certo». Ma la realtà è un’altra. La realtà e che, in alcuni luoghi la ragione è una fiammella isolata in un angolo buio, mentre la religione è ancora l’oppio che offusca la mente dei  popoli.  

lunedì 10 settembre 2012

Mankou suona la sveglia in Africa


Il giovane ingegnere congolese lancia il primo smartphone made in Africa
Brazzaville ( Congo) 10/09/2012 – Se il venticinquenne ingegnere africano, Vèrone Mankou, avesse esordito ripetendo la celebre frase di Steve Jobs “ stay hungry, stay foolish”, di sicuro non avrebbe riscosso molto successo nel suo continente. In Africa il problema della fame rappresenta una piaga che colpisce tutt’ora milioni di persone. Ma nonostante ciò, Vèrone ha dimostrato più volte di non volersi arrendere. Così, a nove mesi dal lancio del primo tablet made in africa, la società fondata  da Mankou, la Vo Mou Ka (Vmk), che per l’appunto in lingua locale significa “svegliatevi”, ha deciso di lanciare  anche un nuovo smartphone. L’ultima invenzione del giovane ingegnere africano si chiamerà  Elikia (che vuol dire speranza in lingala) e sarà in vendita già dal prossimo ottobre. E l’obiettivo della casa di produzione africana sarà proprio quello di competere con Apple sul mercato internazionale. «La nostra strategia è quella di creare prodotti capaci di competere con quelli delle grandi marche» ha detto Mankou durante la presentazione della sua ultima invenzione. « Tuttavia- ha aggiunto il capo della Vmk – è nostra intenzione tener conto dei valori africani producendo materiale Hi-tech a costi contenuti». Forse Mankou non sarà lo “Steve Jobs d’Africa”, ma di sicuro anche lui ha tutte le intenzioni di mandare un messaggio che vada ben oltre le solite campagne di marketing. D’altronde, i nomi delle sue creature parlano chiaro. Forse il giovane africano  di belle speranze, non che consigliere del ministro delle Telecomunicazioni congolese,  vuole davvero suonare la carica e ridare dignità a un intero continente. Ma come tutti sanno, le buone intenzioni e i bei discorsi non hanno mai riempito la pancia  a nessuno. Per diffondere la speranza in Africa ci vuole ben altro. Investimenti, lavoro, salari, tanto per cominciare. E proprio a proposito di investimenti si potrebbe partire, ad esempio, mettendo da parte gli slogan e  spostando l’assemblaggio dei  prodotti della Vmk dalla Cina all’Africa. Se non altro, sarebbe un bel modo per rispettare il messaggio pubblicitario “ Saty different” che campeggia su tutte le gigantografie del nuovo tablet. Quale occasione migliore di questa per fare davvero qualcosa di differente? Così facendo, un domani, Mankou potrebbe anche  cambiare il famoso slogan di Steve Jobs da “Stay hungry, stay foolish” in “Stay replete, stay foolish” e fare, e questa volta per davvero, qualcosa di diverso rispetto agli altri. Apple compresa.

sabato 7 aprile 2012

I politici italiani? Cadono tutti dalle nuvole

Lo sapevate che i politici italiani sono degli ignoranti? Ma non nel senso che sono dei somari… quello lo sapevamo già. Nel senso che tutti, ma proprio tutti, dalla punta della Sicilia all’estremo nord, ignorano ciò  che  accade quotidianamente sotto il loro naso. Non sanno mai nulla: cadono sempre dalle nuvole. Così, in vent’anni di seconda Repubblica le abbiamo viste proprio tutte: l’ex  ministro Scajola che non sapeva chi gli aveva comprato la casa a Roma con vista sul Colosseo, l’ex segretario della Margherita, Francesco Rutelli, che non sapeva nulla degli ammanchi nelle casse del suo partito, e l’ormai ex capo storico della Lega Nord, Umberto Bossi, che ignorava con quali soldi gli fossero stati pagati i lavori di ristrutturazione nella sua residenza di Gemonio, i diplomi e le lauree dei figli,i finanziamenti alla scuola privata della moglie e tutta una serie di spese extra a favore delle persone a lui fedeli. Alcuni di essi non sapevano nemmeno che in Italia si stava facendo largo una crisi economica spaventosa. Tant’ è vero che gli italiani hanno dovuto aspettare  “il governo dei professori “ per sapere con certezza che la crisi non era legata a un mero  « fattore psicologico». E non ci può essere dubbio alcuno sul fatto che questi signori non si siano mai accorti di nulla. In fondo, anche alle famiglie italiane oneste che  non riescono più ad arrivare alla fine del mese può accadere di tanto in tanto che qualcuno,a loro insaputa, gli paghi le bollette, il mutuo sulla casa, le rate della macchina. E chissà che qualcuno non gli abbia pagato, sempre a loro insaputa, anche una cena al ristorante: perché, si sa, in Italia « i ristoranti sono sempre pieni», non c’è mai una sedia libera: nemmeno a pagarla di tasca propria. Davanti a una simile realtà, se qualcosa andasse storto a nessuno verrebbe mai in mente di prendersela con loro, con i nostri “parlamentari tontoloni”. In fin dei conti i politici italiani sono solo dei “poveri sprovveduti “ che hanno guidato il paese fino a portarlo ad un passo dalla banca rotta. E anche nel caso in cui fossero riusciti a mandare l’Italia in malora, la colpa non sarebbe stata loro,ma degli altri.  E cioè: dei media, dei giornalisti e degli scrittori, che hanno usato la libertà di espressione  per «gettare fango sul nostro paese»; dell’Europa, rea di averci ricordato che non abbiamo mai rispettato i trattati; e in fine dei magistrati, rei secondo la classe politica di « non pagare abbastanza per gli errori commessi». Si perché gli onorevoli che hanno guidato l’Italia per ben otto degli ultimi dieci anni  hanno anche pensato di accanirsi contro coloro i quali vengono pagati per tenere sempre gli occhi aperti: quelli che, tanto per capirci, hanno il compito di controllare che  ai “poveri onorevoli” distratti dalle faccende familiari e dai bunga bunga  non  sfugga di mente  il fatto che non si possono usare i finanziamenti pubblici ai partiti per scopi privati, che ricevere soldi in nero è reato e che non possono, per nessuna ragione al mondo, avere rapporti con personaggi legati alla malavita. Effettivamente, sarebbe un vero scandalo se dei magistrati cattivi se la prendessero con dei “poveri sprovveduti” che hanno ricevuto solo 2,5 miliardi di euro  di rimborsi elettorali negli ultimi 18 anni. Tuttavia, gli italiani possono stare tranquilli, quei “simpatici scapestrati” dei nostri onorevoli hanno pensato bene di spendere solo 579 milioni. I restanti 1,9 miliardi di euro di rimborsi elettorali pagati dai cittadini sono stati messi in salvo  da qualche parte, magari all’estero. Magari in Tanzania, alle Cayman. O chissà in quale altro posto sperduto nei mari del sud. Al sicuro. Lontano. In posti impensabili dove mai nessuno, nemmeno quelli che glieli hanno dati, potranno reclamarli: nemmeno se dovessero servire per finanziare le pensioni o la cassa integrazione a quelle famiglie che, nei partiti e nei loro leader, ci hanno sempre creduto.