Lo sapevate che i politici italiani sono degli ignoranti? Ma non nel senso che sono dei somari… quello lo sapevamo già. Nel senso che tutti, ma proprio tutti, dalla punta della Sicilia all’estremo nord, ignorano ciò che accade quotidianamente sotto il loro naso. Non sanno mai nulla: cadono sempre dalle nuvole. Così, in vent’anni di seconda Repubblica le abbiamo viste proprio tutte: l’ex ministro Scajola che non sapeva chi gli aveva comprato la casa a Roma con vista sul Colosseo, l’ex segretario della Margherita, Francesco Rutelli, che non sapeva nulla degli ammanchi nelle casse del suo partito, e l’ormai ex capo storico della Lega Nord, Umberto Bossi, che ignorava con quali soldi gli fossero stati pagati i lavori di ristrutturazione nella sua residenza di Gemonio, i diplomi e le lauree dei figli,i finanziamenti alla scuola privata della moglie e tutta una serie di spese extra a favore delle persone a lui fedeli. Alcuni di essi non sapevano nemmeno che in Italia si stava facendo largo una crisi economica spaventosa. Tant’ è vero che gli italiani hanno dovuto aspettare “il governo dei professori “ per sapere con certezza che la crisi non era legata a un mero « fattore psicologico». E non ci può essere dubbio alcuno sul fatto che questi signori non si siano mai accorti di nulla. In fondo, anche alle famiglie italiane oneste che non riescono più ad arrivare alla fine del mese può accadere di tanto in tanto che qualcuno,a loro insaputa, gli paghi le bollette, il mutuo sulla casa, le rate della macchina. E chissà che qualcuno non gli abbia pagato, sempre a loro insaputa, anche una cena al ristorante: perché, si sa, in Italia « i ristoranti sono sempre pieni», non c’è mai una sedia libera: nemmeno a pagarla di tasca propria. Davanti a una simile realtà, se qualcosa andasse storto a nessuno verrebbe mai in mente di prendersela con loro, con i nostri “parlamentari tontoloni”. In fin dei conti i politici italiani sono solo dei “poveri sprovveduti “ che hanno guidato il paese fino a portarlo ad un passo dalla banca rotta. E anche nel caso in cui fossero riusciti a mandare l’Italia in malora, la colpa non sarebbe stata loro,ma degli altri. E cioè: dei media, dei giornalisti e degli scrittori, che hanno usato la libertà di espressione per «gettare fango sul nostro paese»; dell’Europa, rea di averci ricordato che non abbiamo mai rispettato i trattati; e in fine dei magistrati, rei secondo la classe politica di « non pagare abbastanza per gli errori commessi». Si perché gli onorevoli che hanno guidato l’Italia per ben otto degli ultimi dieci anni hanno anche pensato di accanirsi contro coloro i quali vengono pagati per tenere sempre gli occhi aperti: quelli che, tanto per capirci, hanno il compito di controllare che ai “poveri onorevoli” distratti dalle faccende familiari e dai bunga bunga non sfugga di mente il fatto che non si possono usare i finanziamenti pubblici ai partiti per scopi privati, che ricevere soldi in nero è reato e che non possono, per nessuna ragione al mondo, avere rapporti con personaggi legati alla malavita. Effettivamente, sarebbe un vero scandalo se dei magistrati cattivi se la prendessero con dei “poveri sprovveduti” che hanno ricevuto solo 2,5 miliardi di euro di rimborsi elettorali negli ultimi 18 anni. Tuttavia, gli italiani possono stare tranquilli, quei “simpatici scapestrati” dei nostri onorevoli hanno pensato bene di spendere solo 579 milioni. I restanti 1,9 miliardi di euro di rimborsi elettorali pagati dai cittadini sono stati messi in salvo da qualche parte, magari all’estero. Magari in Tanzania, alle Cayman. O chissà in quale altro posto sperduto nei mari del sud. Al sicuro. Lontano. In posti impensabili dove mai nessuno, nemmeno quelli che glieli hanno dati, potranno reclamarli: nemmeno se dovessero servire per finanziare le pensioni o la cassa integrazione a quelle famiglie che, nei partiti e nei loro leader, ci hanno sempre creduto.
sabato 7 aprile 2012
giovedì 29 marzo 2012
Marocco: Amina risveglia la coscienza delle donne
Napoli 29/03/2012 – Qualche giorno fa, mentre stavo leggendo un articolo sulla condizione delle donne in Marocco, sono stato distratto dalle urla di una ragazzina marocchina che provenivano da sotto casa. Allora, preoccupato, mi sono affacciato dal balcone e ho visto una scena a dir poco insolita: la ragazzina, che avrà avuto all’incirca 15 anni, stava mettendo in fuga il suo collega maschio dal semaforo che si trova a pochi metri dalla mia abitazione. Dalle nostre parti, si sa, il semaforo è per alcune generazioni di immigrati nordafricani un vero e proprio posto di lavoro. E con la crisi economica che ormai attanaglia il nostro paese, gli automobilisti in fila ai semafori non sono più generosi come una volta. Così, la piccola marocchina è stata costretta, gioco forza, a scorciarsi le maniche e a farsi valere. Avreste dovuto vedere la faccia di quel povero ragazzo in fuga: era terrorizzato. Mi sarebbe venuto da ridere, se non fosse stato per l’artico di giornale che avevo appena letto. L’articolo parlava per l’appunto di una giovane marocchina, Amina El Filali, che lo scorso dieci marzo si è suicidata ingerendo del veleno per topi. Amina aveva 16 anni, pressappoco l’età della nostra grintosa “ eroina dei semafori”. Ma a differenza della sua coetanea, Amina è rimasta in Marocco, in un paese in cui le donne hanno meno diritti di un cane. Amina, infatti, non si è suicidata perché, come a volte succede dalle nostre parti, è stata lasciata dal fidanzato. Amina si è suicidata perché la legge del suo paese l’ha costretta all’umiliazione peggiore: l’ha costretta, a soli 15 anni, a sposare il suo stupratore. Amina ha anche tentato di resistere, ma dopo sei mesi di matrimonio forzato ha deciso di porre fine alle sue sofferenze con l’unico gesto estremo capace di ridarle quella libertà e quella dignità che le leggi marocchine le avevano negato. Nella monarchia marocchina, infatti, secondo l’articolo 475 del codice penale, lo stupratore può evitare il carcere se accetta di sposare la donna stuprata. Una soluzione che, secondo i giuristi del Marocco, consentirebbe alla donna di «mantenersi rispettabile» agli occhi della società. Ma soprattutto, consentirebbe alle famiglie delle ragazze stuprate di « evitare la vergogna» di avere dentro casa una ragazza non più vergine. Secondo il quotidiano Aufait « questi casi sono considerati “ordinari” in Marocco», ma per la prima volta, grazie al gesto tanto disperato quanto orgoglioso di una ragazzina di 16 anni, la coscienza delle donne marocchine è stata finalmente scossa a tal punto da spingere duecento coraggiose a manifestare il 17 marzo scorso davanti al parlamento di Rabat per chiedere la modifica dell’articolo 475. « Vogliamo una nuova legge contro gli stupri» ha detto la sorella di Amina, Hamida El Filali, durante la manifestazione. «Ma più di tutto – ha aggiunto Hamida – vogliamo una legge che allo stesso tempo punisca gli stupratori e difenda i diritti delle donne marocchine». Anche le testate di mezzo mondo, colpite dall’accaduto, hanno appoggiato le rivendicazioni delle manifestanti nella speranza che in un giorno, si spera non molto lontano, le donne marocchine che ancora risiedono in Marocco possano prendere finalmente a pedate i loro aguzzini: proprio come ha fatto “l’eroina dei semafori” dalle mie parti.
martedì 27 marzo 2012
Il teatrino della Circumvesuviana
Napoli 27/03/2012 – Ormai comprare un biglietto della Circumvesuviana è diventato un po’ come comprare un gratta e vinci. Funziona così: l’utente compra un biglietto e, se gli va bene, “vince” un viaggio di sola andata per la meta prefissata, mentre, se gli va male, viene avvisato all’ultimo istante da una scritta lampeggiante sul display delle partenze che « il treno è stato soppresso». E il tutto, ovviamente, viene fatto senza preavviso e senza presentare le proprie scuse. Si perché, sono lontani i tempi in cui la compagnia di trasporti vesuviana si scusava per i disagi causati agli utenti : soprattutto da quando i disagi sono diventati “ la regola ” e non “ l’eccezione ”. La Circumvesuviana di oggi non è più quella di una volta. Non è più la compagnia ferroviaria che consentiva ogni giorno a migliaia di pendolari campani di raggiungere il posto di lavoro acquistando un biglietto del treno a costi accettabili. Oggi la compagnia si è evoluta in qualcos’ altro. E’ passata in pochi mesi dall’ essere una delle società di trasporti più importanti del mezzogiorno a una sorta di “compagnia teatrale” famosa per le sue sceneggiate. E l’ultimo atto della “Premiata ditta Circumvesuviana” è andato in scena ieri alle 13:00 nella stazione di Porta Nolana a Napoli, dove, alcune centinaia di pendolari, disperati, stavano aspettando con ansia che dai display luminosi uscisse finalmente la scritta «Treno in partenza». E quando finalmente la scritta è comparsa sul tabellone la gente, al settimo cielo per la notizia, si è subito diretta verso il binario numero sei per prendere l’unico treno disponibile in quel momento, quello diretto verso la città di Sarno. Tutto è accaduto in un attimo: la gente si è infilata nei vagoni, ha occupato tutti i posti disponibili, si è aggrappata alle maniglie sicura che il treno stesse per partire e poi, proprio mentre tutti erano sicuri che le porte stessero finalmente per chiudersi , un attimo prima della partenza sono arrivati una serie di omini in divisa blu che con molta nonchalance, e una buona dose di strafottenza, hanno informato i passeggeri che l’ultima carrozza era stata «staccata dal convoglio» e che si sarebbero mosse solo le prime due. Ma come spesso accade in ogni commedia che si rispetti, i personaggi chiave della vicenda, i pendolari, non si sono dati per vinti: sono usciti dall’ultimo vagone come tori inferociti e sono andati a conquistarsi un angolino nelle carrozze davanti. Il treno era stracolmo. Si riusciva a stento a respirare. Ma nonostante ciò la gente era contenta perché l’incubo stava per finire; di lì a poco le porte si sarebbero chiuse e il treno avrebbe iniziato a muoversi… ma avevano fatto male i conti. Avevano dimenticato che nelle stazioni della Circumvesuviana i colpi di scena sono all’ordine del giorno. E così, a pochi istanti dalla partenza una vocina che veniva fuori dagli altoparlanti ha avvisato i passeggeri che il treno delle 13:02 per Sarno sarebbe partito dal binario sette anziché sei. In quel preciso istante, un silenzio tombale è calato tra i passeggeri stipati nel treno come sardine. Tutti si sono guardati intorno, sbigottiti, fino a quando un vecchietto ha rotto il silenzio urlando: « ma chist so’ sciem». Quello del signore anziano è stato un urlo provvidenziale, una sorta di scossa che ha ridato alla gente, ormai esausta, la forza di riprovarci ancora. E un attimo dopo i pendolari erano già in corsa verso il binario numero sette: il binario dal quale poi è finalmente partito il treno. Scene di ordinaria follia come queste sono ormai all’ordine del giorno. Nelle stazioni e sui treni della Circumvesuviana si vede di tutto: capistazione che lasciano lo sportello incustodito per molto tempo, persone senza biglietto che scavalcano le barriere di ingresso ai treni, controllori che non controllano più i biglietti e, dulcis in fundo, un’associazione a delinquere interna, composta dagli stessi dipendenti, che si è ormai arrogata il diritto di sopprimere senza preavviso decine di treni ogni giorno. Di fronte a una simile situazione ci si chiede che fine abbiano fatto i registi di questa imbarazzante commedia, i manager dell’Ente autonomo Volturno, la holding regionale proprietaria della Circumvesuviana. Purtroppo a questa domanda sembra non esserci nessuna risposta. Sembra quasi che gli attori di questa “sceneggiata napoletana” siano stati abbandonati a se stessi; quasi come se si sia in attesa di qualcos’altro. O forse sarebbe meglio dire di qualcun’ altro: magari di un nuovo acquirente. Si, di un nuovo proprietario pronto a rilevare un carrozzone vecchio, svalutato e senza credibilità che ormai non vale più nemmeno il costo del biglietto.
giovedì 22 marzo 2012
La Costa del pericolo
Napoli 20/01/2012 - Più che Costa Crociere io la chiamerei Accosta Crociere. Si perché, dalle ultime indagini giornalistiche, è saltata fuori una interessante novità. E cioè, che sono molte le navi da crociera ( non tutte appartenenti alla compagnia Costa) che hanno fatto la barba alle coste italiane, andandosi a ficcare finanche dentro al Canale di Venezia che, si sa, in quanto a larghezza non è certo il Golfo di Taranto. In certi casi verrebbe da dire, parafrasando un famoso passo della Bibbia, che è più facile veder passare una nave da 114 mila tonnellate in un posto stretto come la “cruna di un ago” che una barchetta di pescatori in mare aperto. Anche perché, nel caso delle navi da crociera, è quasi impossibile che qualcuno non si accorga del loro passaggio. Anzi, la nave deve fare di tutto per essere notata. Il capitano della nave, infatti, è tenuto a salutare gli abitanti delle isole e delle città a cui solitamente fanno la barba con una triplice strombazzata. E Dio non voglia che l’ufficiale in comando si dimentichi le buone maniere. Qualche alto dirigente della compagnia navale potrebbe anche arrabbiarsi. Per non parlare poi dei sindaci e degli amministratori locali che da sempre tollerano certe visite un po’ avventate. Secondo la prassi ormai consolidata le parti sono tenute a mantenere rapporti di cordialità, che tanto bene fanno al business del turismo, ma che allo stesso tempo potrebbero fare tanto male alle persone che si trovano sulla nave o sulle banchine. Già, il business, gli affari, i soldi. In questo caso funziona così: io, sindaco, chiudo un occhio quando passi a pochi metri dagli scogli delle mie coste mostrando alle migliaia di persone a bordo le bellezze della mia città e tu, armatore, chiudi un occhio quando si tratta di rispettare le regole del buon senso in mare allo scopo di far vedere a chi sta a terra quant’è bella la tua nuova nave da crociera. E a dire il vero il giochino ha funzionato: o per lo meno ha funzionato fino alla sera di venerdì sorso quando, probabilmente, il capitano della Costa Concordia, Francesco Schettino, ha deciso di chiudere, non uno solo, ma entrambi gli occhi al momento del passaggio radente all’Isola del Giglio. Risultato: 13 morti, ottanta feriti, 24 dispersi, una nave di lusso (forse) irrimediabilmente sventrata e una perdita di immagine che al momento della riapertura della Borsa di Londra, lo scorso lunedì,ha fatto registrare un crollo del 20 per cento del titolo di Costa Crociere. Ma la tragedia a largo dell’Isola del Giglio non ha attirato solo l’attenzione dei mercati. Quest’oggi, infatti, il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, presenterà al Senato un decreto sulle rotte a rischio. Il decreto, stando alle dichiarazioni del ministro, dovrebbe « prevenire il verificarsi di nuovi incidenti in zone sensibili ampliando le prerogative delle capitanerie di porto». Insomma, l’ormai tanto consolidata intesa commerciale tra i sindaci e i manager delle compagnie di crociera sembra essere naufragata. D’altronde, l’immagine della Costa Serena, la nave da crociera che lo scorso mercoledì sera è passata a circa 300 metri dal relitto della Costa Concordia, è emblematica… soprattutto se si pensa che al momento del passaggio la Serena è stata un po’ maleducata: non ha fatto nemmeno una “strombazzatina”.
martedì 13 marzo 2012
Qualcuno salvi il Brasile... dalla sua polizia
Roma 13/03/2012 – Può un poliziotto incrociare le braccia e rimanere impassibile di fronte a un crimine efferato come l’omicidio? Nella maggior parte delle democrazie occidentali la risposta sarebbe stata « certamente no», ma evidentemente non in tutte le democrazie la si pensa allo stesso modo. Al mondo, infatti, ci sono paesi come il Brasile in cui ci sono voluti 13 giorni, decine di rapine e 178 omicidi per spingere i poliziotti brasiliani in sciopero a riallacciarsi il cinturone e tornare in strada per difendere la vita e la dignità della loro gente: di quelli che, tanto per essere cinici, gli pagano lo stipendio… ammesso che di stipendio si possa parlare. Si perché, a differenza dei loro colleghi europei, i poliziotti brasiliani guadagnano all’incirca 1000 reais al mese, che tradotti in moneta europea fanno all’incirca 500 euro, ma che tradotti in linguaggio comune suonano come «una miseria per cui non vale la pena di rischiare la pelle». Volendo essere obiettivi, è difficile pensare che un poliziotto o un carabiniere sia disposto a pattugliare i quartieri più malfamati di Napoli, Palermo, Roma o Milano per una cifra simile. E se è difficile per un poliziotto italiano, figuriamoci per un suo pari brasiliano costretto a fare la ronda nelle innumerevoli favelas in cui di solito si nascondono alcuni tra i narcotrafficanti più spietati del Sudamerica. Dalle nostre parti in molti avrebbero già marcato visita. Ma si sa, fare di tutta l’erba un fascio è sbagliato. Infatti, per dovere di cronaca, va anche detto che, oltre ai poliziotti che hanno scioperato, ce ne sono stati degli altri, circa un terzo, che hanno preferito continuare a prestare servizio per le strade di San Paolo, Rio de Janeiro e Salvador de Bahia. Peccato però, che tra quei pochi irriducibili servitori dello Stato verdeoro ci fossero anche alcuni poliziotti dalla condotta non proprio esemplare. Le storie sui poliziotti corrotti che per arrotondare lo stipendio si dedicano ad attività criminali non sono il frutto della fantasia di qualche dissidente, ma una triste realtà. « La polizia militare è una bomba a orologeria» ha detto una fonte missionaria vicina all’agenzia stampa Misna. « I poliziotti – ha aggiunto il missionario – sono mal pagati, mal protetti e quindi facili da corrompere. In un contesto simile c’era da aspettarselo che prima o poi sarebbe scoppiata una rivolta». E il fatto che la legge sull’equiparazione degli stipendi tra la ben pagata polizia federale e quella “stracciona” degli stati membri della federazione brasiliana, la Pec 300, si sia arenata in parlamento circa quattro anni fa, pare dar ragione al missionario e a tutti quelli che credono che lo sciopero sia solo il frutto di vecchie rivendicazioni sindacali. Ma così non è. Così non può e non deve essere. Accettare una spiegazione simile significherebbe giustificare un atto irresponsabile, un’ omissione criminale che, seppur spinta da corrette rivendicazioni salariali, non può essere tollerata. In una democrazia che si rispetti le forze di polizia non possono lasciare milioni di persone in balia di bande di malviventi per tredici interminabili giorni e poi chiudere lo stato di agitazione affidando il comunicato stampa a uno dei suoi leader, Ivan Leite, che oltre a non essersi scusato con le famiglie delle vittime ha parlato solo di una decisione presa a malincuore allo scopo di « evitare ulteriori disagi al turismo in vista del Carnevale». Si può parlare di “disagi” quando un pendolare a causa di uno sciopero perde il treno o il tram, ma non quando più di centosettanta persone sono state derubate e massacrate da bande di criminali fuori controllo. Un simile atteggiamento denota uno scarso senso dello Stato proprio da parte di chi, quello Stato, dovrebbe difenderlo. Uno scarso senso dello Stato e dei diritti civili denunciato più volte dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani come Amnesty Iternational. Secondo il rapporto stilato dall’organizzazione nel 2010 « in tutto il Brasile sono stati registrati numerosi casi di uso eccessivo della forza, di esecuzioni extragiudiziali e di tortura per mano di poliziotti». E a finire tra le grinfie della polizia, il più delle volte, non sono i boss del narcotraffico, ma la povera gente che abita nelle favelas. Ma ciò che è peggio è che, stando sempre a quanto riportato da Amnesty, « centinaia di uccisioni non sono state indagate accuratamente e scarsi, se non nulli, sono stati i provvedimenti giudiziari intrapresi nei confronti dei poliziotti». Il problema, dunque, non è solo economico. In ballo non c’è solo l’aumento salariale dei poliziotti, ma anche la credibilità di un paese che mira a diventare un vero e proprio punto di riferimento per tutto il Sudamerica.
martedì 14 febbraio 2012
Bahia: gli agenti accettano l'accordo a denti stretti
Lo sciopero è finito. Alla fine il sindacato ha ceduto: ma restano i malumori. I poliziotti di Bahia dovranno accontentarsi di un 6,5 per cento in più nella busta paga. E il leader sindacale Leite ammette : « lo abbiamo fatto per non danneggiare il turismo».
Salvador de Bahia 13/02/2012 – Ci sono voluti 15 giorni, 130 omicidi e numerose razzie per indurre le parti a trovare finalmente un accordo. Così, nella notte di sabato scorso è stata finalmente trovata l’intesa tra il sindacato della Polizia militare di Bahia e i rappresentanti del governo che ha messo la parola fine allo sciopero dei poliziotti. Ma il governo di Bahia ha accettato solo in parte le richieste del sindacato dei poliziotti. Gli agenti di polizia sono riusciti a ottenere un aumento dello stipendio pari al 6,5 per cento ( inizialmente il sindacato aveva chiesto un aumento del trenta per cento) e la promessa che non saranno presi provvedimenti disciplinari nei confronti degli scioperanti che non hanno preso parte alle violenze dei giorni scorsi. « I poliziotti hanno accettato l’accordo per consentire l’avvio del Carnevale e per non arrecare ulteriori danni economici al settore del turismo» ha detto l’ufficiale Ivan Leite, uno dei leader della protesta di Bahia. Non sono invece previsti sconti per i poliziotti che hanno preso parte all’occupazione del Parlamento di Bahia e per i loro colleghi che hanno partecipato alle violenze durante i giorni della protesta. Il governo di Bahia ha intenzione di infliggere loro delle pene severe che vanno dal licenziamento all’arresto.
venerdì 10 febbraio 2012
Bahia: il parlamento è libero, ma lo sciopero va avanti
La paura di un blitz dell'esercito ha indotto gli agenti che avevavno occupato la sede del parlamento di Salvador de Bahia ad arrendersi. Tuttavia, il governo e il sindacato dei poliziotti faticano a trovare un'intesa. Ora, a essere in bilico, non è solo il Carnevale, ma l'immagine di tutto il Brasile
Salvador de Bahia 09/02/2012 – Alle prime luci dell’alba di questa mattina, i poliziotti che si erano asserragliati all’interno del palazzo dell’Assemblea legislativa di Salvador per protestare contro il mancato aumento degli stipendi hanno abbandonato il palazzo scortati dall’esercito brasiliano. Tra gli agenti c’era anche uno dei leader della protesta, Marco Prisco, che è stato prontamente arrestato dalla polizia federale. Secondo il legale di Prisco, l’avvocato Rogèiro Andrade, gli occupanti « hanno deciso di abbandonare l’edificio per evitare di aggravare la loro posizione giudiziaria e di dover far fronte all’imminente irruzione delle forze speciali dell’esercito». Tuttavia, la notizia dell’arresto di uno dei leader della protesta non sembra aver cambiato la situazione: lo sciopero prosegue. E i 12 mila poliziotti che hanno incrociato le braccia dieci giorni fa sembrano proprio non avere nessuna intenzione di fare un passo indietro. Secondo fonti dell’agenzia Misna, di fatto, l’accordo tra il governo di Bahia e il sindacato dei poliziotti non è stato ancora trovato. « I poliziotti hanno chiesto un aumento del trenta per cento degli stipendi e il governo alla fine avrebbe accettato. Ma il nodo del contendere è sui tempi. Il governo ha fatto sapere che avrebbe aumentato gli stipendi gradualmente, entro il 2015, e partendo dal mese di novembre. I manifestanti, invece, avrebbero voluto percepire parte dell’aumento già dal mese di marzo » ha riferito una fonte vicina all’agenzia . Le trattative, quindi, restano aperte. Ma mentre le parti sono impegnate a trovare una soluzione, le bande di malviventi che hanno invaso Salvador compiendo ogni tipo di razzia continuano indisturbate a seminare il terrore. Secondo i dati diffusi ieri dal governo di Bahia la conta dei morti avrebbe toccato quota 120. «La situazione è critica. Nell’ultima settimana sono state rubate centinaia di automobili, ci sono stati assalti a negozi ed edifici pubblici e sono stati sequestrati decine di camion pieni di merci. E secondo le ultime stime delle agenzie turistiche, a sette giorni dal Carnevale, il dieci per cento dei turisti ha già disdetto le loro prenotazioni» ha rincarato la fonte dell’agenzia missionaria. Ma ciò che più lascia sbigottiti, è stata senza dubbio la notizia secondo la quale gli agenti in sciopero avrebbero chiesto l’amnistia per tutti i poliziotti coinvolti nella protesta: anche di quelli che sarebbero collusi con la criminalità locale. Una richiesta assurda che il governo ha già bocciato. In questo momento, infatti, a essere a rischio non è più solo il Carnevale, ma la credibilità di un intero paese che nel giro di quattro anni dovrà ospitare il Mondiale di calcio del 2014 e le Olimpiadi del 2016.
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